Privatizzare le balene
Se è impossibile fermare la caccia alle balene, tanto vale limitarla e renderla possibile a pagamento. Cristopher Costello, economista dell’Università di Santa Barbara, ha condotto insieme con due ricercatori marini uno studio sulla liberalizzazione della compravendita dei cetacei che sta interessando anche il governo americano, da sempre contrario all’uccisione e al commercio.
19 AGO 20

Se è impossibile fermare la caccia alle balene, tanto vale limitarla e renderla possibile a pagamento. Cristopher Costello, economista dell’Università di Santa Barbara, ha condotto insieme con due ricercatori marini uno studio sulla liberalizzazione della compravendita dei cetacei che sta interessando anche il governo americano, da sempre contrario all’uccisione e al commercio. La pubblicazione, uscita ieri su Nature, mette in relazione i costi degli attivisti nel contrastare la caccia in mare e i benefici dei sistemi à la Greenpeace dal punto di vista dell’ecosistema marino. La guerra alle baleniere costa ogni anno alle associazioni animaliste circa venticinque milioni di dollari, e il proibizionismo ha portato sinora pochi benefici: nel 2011 Giappone, Islanda e Norvegia hanno catturato circa duemila balene, il doppio del 1990. Una terza via è possibile, dice uno degli autori dello studio, mettendo un prezzo sulle balene e vendendo delle quote “sostenibili” ai paesi che sono interessati. In questo modo i governi potrebbero comprare un numero stabilito di cetacei risparmiando sui finanziamenti per la caccia, mentre le associazioni animaliste potrebbero salvare dagli ingordi mangiabalene molti più esemplari di quanto non facciano ora – comprando una quota di balene allo stesso prezzo.
L’International Whaling Commission, la commissione che regola “la corretta conservazione della specie e l’ordinato sviluppo del settore della caccia”, lo scorso anno aveva revocato parzialmente il divieto assoluto del 1986 di cacciare i cetacei. Era evidente, infatti, che qualcosa non funzionasse visto che la balena continua a essere il piatto preferito sulle tavole giapponesi e islandesi. Per l’Islanda in particolare la caccia alla balena è parte integrante della cultura. Qualche mese fa la discussione si è fatta più accesa: prima l’Inghilterra ha vietato l’introduzione di carne di balena nel proprio territorio, poi il presidente americano Barack Obama ha ipotizzato sanzioni contro i paesi balenieri. E’ dovuto intervenire il presidente islandese, Ólafur Ragnar Grímsson, a rimettere ordine: “La carne di balena è l’alimento migliore della dieta di ogni islandese. E’ una questione di cultura, le risorse del mare sono essenziali per la nostra sopravvivenza”. Così succede anche nel Giappone post disastro di Fukushima. Il Fatto quotidiano ha menato gran scandalo perché alcuni dei fondi post terremoto sono stati destinati al finanziamento delle baleniere. Ma da dove dovrebbe ripartire un paese la cui economia si basa anche sulla pesca?
L’International Whaling Commission, la commissione che regola “la corretta conservazione della specie e l’ordinato sviluppo del settore della caccia”, lo scorso anno aveva revocato parzialmente il divieto assoluto del 1986 di cacciare i cetacei. Era evidente, infatti, che qualcosa non funzionasse visto che la balena continua a essere il piatto preferito sulle tavole giapponesi e islandesi. Per l’Islanda in particolare la caccia alla balena è parte integrante della cultura. Qualche mese fa la discussione si è fatta più accesa: prima l’Inghilterra ha vietato l’introduzione di carne di balena nel proprio territorio, poi il presidente americano Barack Obama ha ipotizzato sanzioni contro i paesi balenieri. E’ dovuto intervenire il presidente islandese, Ólafur Ragnar Grímsson, a rimettere ordine: “La carne di balena è l’alimento migliore della dieta di ogni islandese. E’ una questione di cultura, le risorse del mare sono essenziali per la nostra sopravvivenza”. Così succede anche nel Giappone post disastro di Fukushima. Il Fatto quotidiano ha menato gran scandalo perché alcuni dei fondi post terremoto sono stati destinati al finanziamento delle baleniere. Ma da dove dovrebbe ripartire un paese la cui economia si basa anche sulla pesca?